Colpo di Spugna: il capolavoro di Thompson tra giustizialismo e frontiera

Nick Corey è lo sceriffo della Contea di Potts, un angolo sperduto del Texas. Profondo sud degli Stati Uniti. Pigro, indolente e sbeffeggiato da tutti. Un mansueto che a un certo punto mette in atto un piano terribile, con un colpo di spugna destinato a non risparmiare nessuno.

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Lo scrittore americano Jim Thompson.
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Un bicchiere di whisky, un sigaro fumante. Una mano incollata alla fronte, gli occhi grandi che si difendono dalle righe di fumo.

Se esiste un immaginario collettivo legato alla creatività maledetta dello scrittore, questo coincide senza dubbio con la figura di Jim Thompson, una delle voci più influenti del noir americano del secondo dopoguerra. Visionario, alcolizzato, geniale.

Tre scabrose virtù che in Thompson rivivono, anzi si sublimano, in un discorso ampio, escatologico verrebbe da dire, che investe la società e il suo tempo, la giustizia, la spietatezza e la vendetta.

Colpo di Spugna, copertina.

Un cocktail che trova il suo compimento in Colpo di Spugna (Einaudi, 1966), nella versione originale Pop. 1280, esplicito riferimento al numero preciso degli abitanti di Potts.

Un romanzo diventato classico ancor prima di essere pubblicato. Il titolo è di per sé già indicativo: risolutivo, totale, senza appello.

È la storia, più corretto sarebbe parlare di un inquietante deriva omicida, di Nick Corey, lo sceriffo dell’ultima contea del Texas, Pottsvile.

Un inetto, pigro e indolente funzionario pubblico che sembra del tutto assomigliare ai personaggi incapaci di vivere offerti dalla letteratura del primo Novecento.

Un primo Novecento che pulsa (sotto copertura) tra le pieghe di questo libro. Infatti, l’ambientazione ai primi anni del secolo scorso – presumibilmente al 1917 – è solo dedotta da alcuni indizi. Su tutti, il riferimento alla rivoluzione bolscevica.

Tuttavia, la cornice storica è irrilevante se si considera la maestria con la quale Thompson ha costruito il suo personaggio. Nick Corey. Un personaggio climax, sottoposto a un crescendo rossiniano di malvagità e violenza.

La grandezza di Corey – e di riflesso di Thompson – sta nell’aver creato un personaggio, e un contesto socio-culturale intorno a lui, in netto anticipo sui tempi.

Corey chi è, in fondo? Un uomo stanco di far rispettare la legge, stanco dell’impunità e dell’atteggiamento irriverente con il quale criminali e corrotti si fanno beffe della giustizia.

Mentre Pottsville diventa specchio sempre più fedele di una società malata, dove l’odio di razza e i pregiudizi fotografano (anche qui in brillante anticipo) i conflitti della società americana degli anni ’60, Corey si eleva a giustiziere di un’intera comunità.

Un man apart, un risolutore, che ha trovato nell’eliminazione cieca e spietata dei suoi avversari la propria epifania.

Eppure questo disegno lucido, paziente, che si concretizza pagina dopo pagina non è né catartico, né riabilitativo di un ordine violato.

Il giustizialismo, che proprio dal libro di Thompson conoscerà una fortuna straordinaria nella cinematografia americana degli anni ’70, rimane fine a se stesso, prigioniero di una forza più grande: le sabbie mobili della frontiera, del Texas e di quella provincia anonima e silente capace di ingoiare tutto. Uomini, idee, mediocrità e vendetta.

È lo stesso protagonista a dirlo all’inizio e a confessarlo nel finale: «Ho pensato e ripensato e poi ho pensato ancora un po’, e alla fine ho preso una decisione. Ho deciso che non so cosa fare più di quanto lo saprei se fossi solo un misero essere umano come gli altri!»

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Archeologo, giornalista, scrittore. Laureato in archeologia all'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Collaboro con "Il Mattino". Ho scritto per diverse testate giornalistiche, tra cui il quotidiano "Roma", e vari magazine di archeologia.

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