La verità sul caso Harry Quebert: il volto amaro d’America

La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo folgorante, un giallo che abbina la forza dell'intreccio e dell'investigazione a una funzione metaletteraria per così dire, dal momento che alla narrazione dei fatti si alterna un vademecum ricco di utili consigli per tutti coloro che intendono entrare nel mondo complesso della scrittura.

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Lo scrittore Joel Dicker.
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La verità sul caso Harry Quebert, copertina.

La verità sul caso Harry Quebert.

Il titolo di questo romanzo (edito Bompiani, 2013) potrebbe suggerire una delle ennesime spy story a cui tanto la letteratura quanto il cinema del mondo anglosassone ci hanno abituati.

Invece, cari lettori, questa non è una spy story.

Ma un romanzo giallo. Di quelli dalle fondamenta solide e dall’architettura gotica, solenne, vorticante.

Come un vortice, infatti, Joel Dicker, astro nascente della letteratura europea – lo scrittore svizzero (nato a Ginevra) ha appena 32 anni – è un viaggio senza pudori nel cuore dell’America. Ma non quella dell’american dream, raccontata da Hollywood, e nemmeno quella dei dollari o delle cartoline mozzafiato delle Rocky Mountins.

L’America di Dicker è riassunta nelle pieghe di una cittadina fittizia, Aurora, nel cuore del New Hampshire. Una cittadina di poche anime, tutta oceano e rocce.

Una comunità sconvolta, il 30 agosto 1975, dalla scomparsa di Nola Kellergan, una quindicenne bionda, figlia del pastore David Kellergan. La stessa cittadina che riappare, come un fantasma, trentatré anni dopo.

2008, alla vigilia delle Presidenziali che incoroneranno Barack Obama primo presidente afroamericano della storia. L’affermato scrittore Marcus Goldman, alter ego di Dicker, riceve una telefonata dal suo maestro di vita e di scrittura: Harry Quebert.

La notizia che reca è terribile: Quebert è in carcere, accusato dell’omicidio di Nola Kellergan, il cui corpo è stato ritrovato dopo trent’anni, nel giardino della villa di Goose Cove, di proprietà dello stesso Quebert.

Ma basta così, cari lettori. Corro il rischio di svelarvi tutto. Questa frenesia di mostrare dettagli e particolari, raccolti in un racconto mozzafiato, pieno di curve della memoria e di flashback gestiti con maestria da Dicker, rappresenta senza dubbio il quid di queste pagine.

Un romanzo, come sostenuto da molti, che si fa fatica ad abbandonare.

Non solo per la narrazione spedita, ma anche perché è difficile accettarne il finale. Si rimane come interdetti, attoniti. Stupiti.

Settecento pagine di adrenalina pura, di dubbi e riflessioni.

Sullo sfondo la scorza perbenista e moralista di una collettività, quella di Aurora, dove omertà, connivenze e ipocrisie hanno creato un ensemble di maschere dure a cadere.

Ritengo sia questo – al di là degli indiscussi meriti letterari di quest’opera – la grande forza del racconto di Dicker.

Aver messo alla berlina quella sovrastruttura di falsità che ognuna delle nostre comunità si porta dietro, attraverso l’esercizio del dubbio e della ragione, le uniche armi a disposizione per raggiungere – o quantomeno provare a farlo – la verità.

 

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