Franceschini, il papocchio nomine e la marcia indietro della cultura

La sentenza del Tar Lazio ha gettato nello scompiglio la direzione dei principali musei italiani. Una vicenda che mette ancora una volta nell'occhio del ciclone il ministro Franceschini e la gestione del patrimonio culturale del nostro paese.

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Il ministro Dario Franceschini.
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È notizia di pochi giorni fa che il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del MIBACT in merito alla richiesta di “congelamento” delle sospensive che gravano sui direttori in seguito alla sentenza emessa dal Tar del Lazio.

Sentenza, è bene ricordarlo, che ha dichiarato nulli i decreti di nomina voluti dal ministro Franceschini e che ha gettato nel caos la gestione dei principali poli museali del paese.

La decisione, come era lecito attendersi, ha generato una ridda di polemiche. Ma anche manifestazioni di affetto verso i direttori coinvolti, flash mob e altre iniziative a sostegno.

Dall’altro lato della barricata, invece, le critiche aspre rivolte al Tar del Lazio e al ministro Franceschini.

In mezzo a questo caos, verbale ma anche procedurale, è opportuno fare un po’ di chiarezza.

A mio modesto avviso sono tre i punti da mettere a fuoco.

LA MANCATA TRASPARENZA

La sentenza del Tar, in buona sostanza, ha stabilito che le procedure di selezione dei cinque direttori sono state poco trasparenti e soprattutto troppo celeri.

Un caso più unico che raro: il tribunale amministrativo ha riconosciuto alla burocrazia italiana, in questo caso, un’eccessiva rapidità. Cosa che fa alquanto sorridere visto che alla stessa burocrazia spesse volte viene imputata lentezza e farraginosità. Verrebbe da dire, in parole diverse, che la burocrazia, comunque agisca, combina guai.

In ogni caso, quali che siano le posizioni in campo, se un tribunale dello Stato mette in evidenza la poca trasparenza in un bando pubblico è bene che si accendano i riflettori e si faccia chiarezza sino in fondo.

DIMISSIONI FRANCESCHINI

Certo, parlare ora di dimissioni del ministro Dario Franceschini potrebbe apparire scontato, se non addirittura gratuito.

Quando il suddetto ministro dichiara che sulla vicenda nomine l’Italia ha fatto una brutta figura a livello internazionale dice il vero.

Ma è altrettanto vero che da quando siede sulla poltrona del MIBACT il buon Dario ha combinato disastri su disastri.

Ricordiamo le sconsiderate Domeniche al Museo, bandi patacca come i 500 giovani per la cultura e ora pure lo scivolone sulla selezione dei direttori.

Un vero e proprio pastrocchio, comunque la si pensi.

In un paese normale un ministro con il suo stato di servizio avrebbe rassegnato le dimissioni in tempi record.

Eppure resta, saldamente, ancorato al suo posto.

LE SENTENZE NON ANDREBBERO RISPETTATE SEMPRE?

Nel moto di solidarietà che ha investito i direttori colpiti dalla sentenza Tar una delle cose che si è sentita con maggiore insistenza è stata questa:

«Siamo sicuri che se al posto degli attuali direttori ci fossero stati i ricorrenti questi avrebbero potuto fare meglio?» 

Premesso che gli attestati di stima verso i direttori mi fanno piacere. Molti di loro hanno lavorato egregiamente. Basta richiamare, per rimanere al mio territorio, la gestione di realtà come il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Reggia di Caserta o il Parco Archeologico di Paestum.

Il punto, però, è un altro.

Se la direzione di questi musei fosse stata disastrosa, avremmo difeso gli attuali direttori in maniera così strenua come si sta facendo negli ultimi giorni? Sicuri che se ci fossimo trovati di fronte a direttori scadenti non avremmo invocato e sostenuto con forza le ragioni dei ricorrenti e magari “sfruttare” la sentenza del Tar a furor di popolo per rimuovere degli incompetenti da posti che occupavano senza alcun merito?

Credo sia pacifico che la gestione del patrimonio pubblico non possa fondarsi sulla simpatia o antipatia che questo o quel direttore suscita.

Essa deve poggiare su competenza e professionalità. Ma prima ancora sulla trasparenza.

E se questa è stata violata o in qualche modo non tenuta nella giusta considerazione è doveroso ritornare sui propri passi.

Così come bisogna ricordarsi, in ogni frangente, di un principio fondante di ogni Stato di Diritto che voglia definirsi tale: rispettare sempre le sentenze e non solo quando queste favoriscono gli interessi di qualcuno a discapito di altri.

 

2 COMMENTI

  1. Purtroppo c’è un partito che da decenni ha messo le mani sul patrimonio culturale italiano. Le scuole, le Università, i musei, le soprintendenze, le associazioni, ecc…. Ciò significa nomine dei direttori, consensi elettorali, gestione delle ingenti somme destinate al patrimonio culturale. Se è stato nominato qualche bravo e capace direttore, come nei casi citati, possiamo ritenerci fortunati.

  2. In queste ultime settimane l’attenzione dei partiti si è concentrata sulla legge elettorale, pare che questo sia l’unico problema dell’Italia. Si copia un pezzo alla tedesca, un pezzo alla francese, ma è il pezzo all’italiana che fa la differenza. Cioè il calcolo matematico che ti da la possibilità con qualsiasi sistema elettorale di restare in gioco e ben saldo alla poltrona. Vale la pena ricordare che in matematica esiste la proprietà commutativa: “Se in un’addizione cambiamo l’ordine degli addendi il risultato non cambia”. Quindi il vero problema sono i nostri rappresentanti in parlamento, inadeguati e lontani dalla realtà, non è certo la legge elettorale, essa è solo uno strumento democratico che stabilisce delle regole; come tutte le regole, se vengono applicate, rappresentano lo strumento per l’esercizio della democrazia.

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