Cristo si è fermato a Pompei

Mentre l'area archeologica dell'antica città romana è satura di offerta turistica, le aree limitrofe al sito sono perlopiù abbandonate al proprio destino, sconosciute al grande pubblico, in attesa di una sistematica opera di valorizzazione e promozione turistica.

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Foro di Pompei.
Foro di Pompei.
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Mi scuso se per parlare di archeologia scomodo, parafrasandolo, un grande libro della nostra letteratura.

Ma credo che l’immagine di un Cristo fermo ai primordi della Storia sia quella più indicata per descrivere lo stato in cui versa l’archeologia del territorio limitrofo a Pompei.

Siti abbandonati, aree archeologiche sconosciute e testimonianze del nostro passato incustodite.

Se si osserva lo spazio che si estende subito fuori le mura di Pompei, infatti, lo scenario è desolante.

Stabiae Oplontis sono solo alcuni dei siti tagliati fuori da ogni canale comunicativo e promozionale.

Tutto sembra essere fagocitato da Pompei.

L’attrattore turistico, unico, della Valle del Sarno.

Potrò sembrare, da archeologo, folle o addirittura impopolare. Ma le cose non stanno così.

Nelle ultime settimane, attraverso una serie mirata di articoli dedicati all’area archeologica dell’antica Stabiae, io e i miei collaboratori abbiamo cercato di dimostrare quanta necessità ci sia di costruire un nuovo e vitale spazio per l’archeologia vesuviana.

Non solo dal punto di vista turistico, ma anche archeologico.

Perché mentre di Pompei conosciamo ormai anche quanti respiri emettessero gli antichi pompeiani, di quello che accadeva a Stabiae o ad Oplontis nemmeno l’ombra.

Se è vero, com’è vero, che Pompei è un sito e una realtà “ingombrante”, centralizzante per definizione, ritengo che questa città antica debba seguire, da sola, il proprio corso.

Un po’ come Roma al cui sito è dedicato una Soprintendenza ad hoc.

Penso sia il caso, visto e considerando che si parla unicamente ed esclusivamente di Pompei, in ogni modo e circostanza, pianificare una soluzione simile, quella della Soprintendenza unica e speciale, anche per Pompei.

Di riflesso, i siti cosiddetti “minori”, terminologia del tutto inappropriata, dovrebbero confluire in una nuova Soprintendenza o ente preposto, che sia più vicino e sensibile alle esigenze di queste aree archeologiche.

Anche perché se lo scenario prossimo dovrà ripetere quello degli ultimi decenni, rinnovando cioè incuria, abbandono e gestioni alquanto asettiche e sciatte, il rischio serio è quello di oscurare sempre di più queste aree archeologiche.

Le evidenze storiche ed archeologiche all’ombra del Vesuvio, in particolare quelle di Oplontis e di Stabiae, infatti, sono di capitale importanza per avere un quadro della romanità sempre più definito e completo.

C’è vita anche fuori Pompei, verrebbe da dire.

Soltanto che qualcuno, anzi forse più di qualcuno, continua a non accorgersene.

 

 

4 COMMENTI

  1. Angelo leggendo il tuo articolo mi viene in mente l’ultima visita fatta agli scavi di Pompei qualche mese fa. Ero in via dell’abbondanza per visitare il complesso delle terme stabiane, in poco spazio erano concentrati gruppi di turisti stranieri: russi, inglesi, tedeschi e coreani, per quanto potetti capire dalle bandierine e dal loro linguaggio. Le guide a capo dei gruppi, contemporaneamente, spiegavano ai turisti la storia del sito. Ne derivò una confusione di lingue che ricordava tanto la Babele biblica. Una folla di persone, concentrate in poco spazio, con tante voci e lingue diverse che si accavallavano. Questo non può far bene a Pompei e all’archeologia italiana. Per fare un paragona con uno stadio, la logica vuole che se uno stadio contiene 50.000 spettatori non si può farne entrare 100.000. Perché a Pompei sta accadendo questo, un numero di turisti maggiore della capienza del sito. In quanto tutti vanno a visitare le domus per ammirare statue, mosaici e affreschi; in pochi si aggirano per le strade basolate o nelle aree dove vi sono solo tracce di murature, che rappresentano la maggior parte della superficie della città, tutta la folla si concentra in poco spazio. Per cui non è ipotizzabile incrementare a dismisura il numero dei turisti in posti così delicati? Invece non è il caso di incrementare il numero dei visitatori indirizzandoli verso i siti meno conosciuti? Forse conviene seguire l’esempio di Matera, dove alcune visite guidate sono a numero chiuso.

  2. Interessanti le vostre riflessioni. Tenete pure conto che la riscoperta del sud da parte dei grande turismo di massa è dovuto alle problematiche del nord Africa e del Mediterraneo orientale. E ritengo che la maggiore attenzione su Pompei è spiegata col fatto che l’eruzione del Vesuvio stessa è collegata a Pompei, non a Oplonti, Stabiae e altri siti vicini; la stessa Ercolano meno conosciuta raccoglie poco. E credo che tutto inizi dalla curiosità di conoscere la città sepolta e poi ci sia poco tempo per visitare altri luoghi.
    Stamane una mia alunna di liceo mi ha detto che a Pasqua sarà a visitare la casa di Romeo e Giulietta. Non le ho detto che i due personaggi non sono mai esistiti per non rompere un sogno.
    In merito ai nostri territori sta alla nostra capacità di inventarci cose da “vendere” per attirare persone.
    Poi dovremmo fare anche un altra cosa, forse essenziale: demolire un po di case orrende che devastano l’intera valle del Sarno. A osservale dal viadotto sorrentino c’è da scoraggiarsi per quanto la confusione urbanistica depurti pesantemente l’intera area.

    • buongiorno sig. Giordano,

      in merito al suo messaggio mi trova in gran parte d’accordo, specialmente nella parte finale riguardante gli scempi urbanistici perpetuati nella Valle del Sarno.
      Una cosa però è inesatta nel suo intervento. L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. non interessò solo la città di Pompei ma tutte le città alle falde del vulcano, e quindi anche la stessa Stabiae. Tuttavia, come la ricerca scientifica degli ultimi anni ha dimostrato, gli effetti dell’evento eruttivo su Stabiae non furono devastanti come a Pompei ed Ercolano. Situazione che permise una ripresa quasi immediata del sito.
      Un cordiale saluto,
      AM

  3. Salve sig. Antonio, grazie alla mia professione e alla grande passione per l’archeologia ho girato tanti posti dell’italia, da nord a sud. Quando mi convinco che ho visitato un posto bello, la volta successiva mi devo ricredere perché ne trovo uno ancora più bello. In Italia le mete turistiche per eccellenza sono Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Capri, Sorrento, Pompei e tante altre che non sto ad elencare. Il problema vero che i tour operator indirizzano sia i turisti italiani che stranieri verso le mete più conosciute, dove esistono da sempre circuiti turistici ben consolidati, solo in pochi sono alla ricerca di luoghi diversi. Vi assicuro che degli oltre 8000 comuni italiani, almeno 80% meritano di essere visitati. La concentrazione dei flussi turistici in determinati luoghi non è un fattore positivo, perché provoca il vuoto in posti che meritano di essere visitati ma che non rientrano nei circuiti turistici nazionali e internazionali. Solo per citare un esempio chi aveva mai sentito parlare di Matera fino a qualche anno fa. Oggi si scopre che è una città bellissima, ricca di storia e che merita di essere visitata. Per Stabiae e più in generale per Castellammare di Stabia vale lo stesso discorso. Un pezzo di storia sottratto all’umanità.

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