Villa del Pastore: una palestra dall’antica Stabiae?

Il confronto tra i dati archeologici, le fonti antiche e le ricerche di diversi studiosi, unitamente all'intricata vicenda collegata al celebre Doriphoros stabiano, consentono di ipotizzare una diversa destinazione per l'imponente edificio fino ad oggi noto con il nome di Villa del Pastore.

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Villa del Pastore, planimetria di epoca borbonica.
Villa del Pastore, planimetria di epoca borbonica.
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Durante la stagione di scavo 1967-1968, tra il cosiddetto Secondo Complesso e Villa San Marco a Varano, sul pianoro collinare dell’antica Stabiae, le indagini di Libero D’Orsi portarono alla luce un edificio di circa 19000 metri quadrati.

La struttura, già documentata in piante realizzate dagli scavatori borbonici nella seconda metà del ‘700, si segnala per la presenza di un imponente peristilio absidato delimitato agli angoli Nord, Ovest, Est da una muro in opus reticulatum e da archi rovesciati sul lato Sud, in corrispondenza dell’emiciclo.

Sovrapposizione di Villa del Pastore nell'aerofotogrammetria del 1959.
Sovrapposizione di Villa del Pastore nell’aerofotogrammetria del 1959.

Tra la zona absidata e il lato settentrionale, inoltre, estesi ambedue per un lunghezza complessiva di m 145, si trovava una natatio di circa 20 m.

Fin da subito la destinazione della struttura apparve chiara.

Una monumentale villa, parte di quel sistema residenziale che caratterizza il pianoro di Varano dall’età tardo repubblicana in poi, denominata “del Pastore” in seguito al ritrovamento di una statuetta raffigurante per l’appunto un Pastore.

In questo contributo si prenderà in considerazione il riesame di alcuni aspetti grazie ai quali sarà possibile approdare a un’identificazione diversa per l’edificio della cosiddetta Villa Pastore.

Dirimente, per intavolare la questione, è la testimonianza di Marco Vitruvio Pollione.

Com’è noto il famoso architetto, vissuto in età augustea, nel suo De Architectura ha fissato alcune “regole” da seguire per la progettazione di edifici pubblici e privati.

Tra strutture portuali, decorazioni parietali e altri suggerimenti è presente anche un intero capitolo dedicato alla disposizione della Palestra (De Architectura, V, XI), una delle strutture pubbliche cardini per la vita socio-culturale e politica della società romana.

Ecco cosa scrive Vitruvio:

« È giunto il momento di parlare della costruzione delle palestre [—] prenderemo come punto di riferimento il mondo greco. I peristili di forma quadrata o rettangolare abbiano un percorso di due stadi, un diaulos per dirla con i Greci».

L’edificio di Villa del Pastore, di forma rettangolare, sembra coincidere con le linee guida vitruviane, dal momento che il suo perimetro complessivo, sui lati corti e su quelli lunghi, è di circa 370 metri, ovvero di due stadi.

Proseguiamo con il racconto di Vitruvio:

« Tre di questi portici siano semplici mentre il quarto sia doppio così da impedire che nelle giornate di tempesta e di vento gli spruzzi di pioggia giungano all’interno».

Ora, se si presta attenzione alla planimetria dell’edificio della cosiddetta Villa del Pastore ci si accorge della perfetta aderenza che questa ha con la descrizione di Vitruvio.

Anch’esso presenta, infatti, tre portici semplici e il quarto doppio, orientato a settentrione.

Villa del Pastore, planimetria di epoca borbonica.
Villa del Pastore, planimetria di epoca borbonica.

Vitruvio fornisce un’altra indicazione assai preziosa:

« All’interno (della palestra) si realizzino pure tre porticati, uno per chi esce dal peristilio e due a destra e a sinistra a guisa di stadio. Di questi ultimi, quello esposto a nord dev’essere doppio e molto ampio [—] costruiti (i porticati) in modo tale che negli spazi attorno ai muri e lungo il colonnato abbiano un margine laterale, come una specie di sentiero [—]. In questo modo le persone che si troveranno a passeggiare là attorno lungo i margini non verranno disturbate dagli atleti che si allenano cosparsi d’olio. Questo tipo di portico è detto dai Greci xustós perché durante l’inverno gli atleti si allenano in stadi coperti».

Anche l’edificio di Stabiae presenta una struttura simile.

Un doppio portico esposto a nord, di cui il secondo, in direzione del mare, posto a una quota inferiore, collegato al resto dell’edificio da due scalette laterali, proprio come suggerito da Vitruvio.

Il confronto incrociato con il De Architectura di Vitruvio, dunque, pare suggerire una destinazione ben precisa per la cosiddetta Villa del Pastore.

Anche l’archeologia, però, sembra fornire elementi a sostegno della tesi di una Palestra per Villa del Pastore.

Nel Foro Triangolare di Pompei si trova la stessa pista, xystòs, individuata per l’edificio stabiano.

Pompei, Foro Triangolare, con freccetta lo xystos.
Pompei, Foro Triangolare, con freccetta lo xystos.

Si tratta di una pista coperta inserita, insieme alla Palestra Sannitica, al Teatro Grande e all’Odeion, nel quadro di un monumentale ginnasio cittadino.

Dalla Palestra della vicina Ercolano, invece, giunge un altro riscontro interessante.

La pianta della struttura, realizzata dal Maiuri e contenuta nel volume Pompei, Oplontis, Ercolano, Stabiae (Laterza editore, p.383), mostra un edificio con abside sul lato occidentale, secondo un criterio che viene ricreato anche per l’emiciclo di Villa Pastore.

Ritornando a Stabiae, è opportuno ricordare, a questo punto, che nel volume citato in precedenza, alle pagine 422-423, la dott.ssa Maria Paola Guidobaldi riporta la seguente notizia:

« È stata anche avanzata l’ipotesi (per Villa del Pastore) che l’edificio sia identificabile con una Palestra, tenuto conto del rinvenimento di numerosi oggetti da toeletta, strumenti chirurgici e strigili, della presenza di doppio impianto termale e anche dell’eventualità che una copia del Doriforo di Policleto provenga proprio da questo edificio».

Il riferimento al materiale archeologico trovato nella Villa del Pastore mi sembra un argomento assai probante per la destinazione dell’edificio.

A questo punto, sulla scorta delle parole della Guidobaldi, forte è la tentazione di collocare in Villa del Pastore il famoso e controverso Doriforo.

Una statua imponente, gemella di quella rinvenuta a Pompei presso la Palestra Sannitica, alta 196 cm e realizzata in marmo pentelico, scoperta nel marzo del 1976 a Castellammare di Stabia da alcuni operai che scavavano le fondamenta di un edificio.

Napoli, Museo Archeologico Nazionale, statua di Doriphoros rinvenuta a Pompei, Palestra Sannitica, nel 1797.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale, statua di Doriphoros rinvenuta a Pompei, Palestra Sannitica, nel 1797.

Il ritrovamento, come riportarono i giornali dell’epoca, non fu consegnato all’allora Soprintendenza Archeologica della Campania ma finì nelle mani di un antiquario romano, punto di riferimento del mercato clandestino di opere d’arte.

La scultura, riapparsa a Monaco di Baviera nel 1980 con la dicitura “Doriphoros da Stabiae“, è finita al centro di un vero e proprio giallo.

Dopo la comparsa in Germania, infatti, una serie di articoli giornalistici denunciarono la vendita illegale della statua, cosa che scoraggiò il museo bavarese a perfezionarne l’acquisto.

Qualche anno più tardi, nel 1986, il Doriforo stabiano spuntò negli Stati Uniti nella collezione del Minnesota Museum of Art, con etichetta che ne attestava la provenienza da imprecisate acque internazionali fuori Italia e non più da Stabiae.

Per il nostro discorso, però, decisive sono le parole del prof. Umberto Pappalardo che si è occupato a più riprese del Doriphoros da Stabiae.

Ecco al riguardo le parole di Pappalardo (Archeologia Viva, anno XX, n.87, pag. 83, 2001):

« Nel 1976 sono attestati a Castellammare di Stabia (Napoli) due grossi cantieri per opere di carattere civili: uno al Parco Imperiale e l’altro a Varano. Entrambi sono rimasti noti per i saccheggi che vi si compirono. Quello del Parco Imperiale mise in luce una necropoli del I sec. d.C. con mausolei, iscrizioni e statue funerarie, ma in un tale contesto mal si collocherebbe un doriforo che nulla ha a che fare con il tema della morte. Restano quindi la località di Varano e in particolar modo gli edifici che si costruirono nella curva dell’attuale via Varano, in corrispondenza della Villa di San Marco. In questi paraggi ricade la villa romana di I sec. d.C. detta “del Pastore”, la cui vasta area porticata ha le caratteristiche di una palestra, sia per le enormi dimensioni (eccessive per un giardino porticato), sia per la sala con abside che si apre su un lato, sia per la vasta piscina al centro (il confronto immediato è quello con la Palestra di Ercolano). Qualcosa di simile costituirebbe la cornice architettonica ideale dove ogni archeologo si auspicherebbe di trovare un Doriforo, anche per le suddette analogie espositive di Pompei».

L’aderenza con le disposizioni di Vitruvio, il materiale archeologico ritrovato e soprattutto la verosimile provenienza del Doriphoros da Villa del Pastore, sembrerebbero confermare dunque la funzione precisa svolta in età romana da questa struttura.

Una palestra imponente estesa su una superficie di 19000 metri quadrati e perfettamente inserita nel cordone di ville ed edifici pubblici che punteggiavano il pianoro di Varano a cavallo tra l’età tardo repubblicana e il I sec. d.C.

Pianoro di Varano, Villa del Pastore (D), sovrapposizione all'aerofotogrammetria realizzata nel 1959.
Pianoro di Varano, Villa del Pastore (D), sovrapposizione all’aerofotogrammetria realizzata nel 1959. (clicca per ingrandire)

 

6 COMMENTI

  1. continuo a complimentarmi per gli esiti di approfondite ricerche fatte evidentemente non solo da un appassionato ma da una persona di elevato spessore tecnico e culturale. Grazie alla lettura di questi articoli sto riscoprendo la grandezza del mio territorio ma devo anche constatare quanti danni abbia
    portato a questo l’unità d’Italia. Aniello D.M.

  2. Aniello dal tuo commento si percepisce l’attaccamento al nostro territorio. Tuttavia i danni derivati dall’Unità d’Italia fanno parte della storia passata. Purtroppo quello che deve preoccuparci è la storia recente, dove una statua in marmo dell’altezza di 2,00 m circa, con quintali di peso, passa inosservata dall’Italia agli Stati Uniti, attraversa la Germania, senza che nessuno ne renda conto. Di questo ci dobbiamo veramente preoccupare.
    Un caro saluto
    Massimo

  3. Agli inizi degli anni settanta, 1971 o 1972, l’accesso a quegli scavi avveniva senza alcun controllo. Io ci sono stato più volte. Ho visto il peristilio, la cui localizzazione sull’aerofotogrammetria mi pare corretta. Credo di ricordare che vi fossero anche i resti di un pavimento a mosaico ed altre opere in muratura. L’ultima volta che ci andai lasciai su una di queste, in posizione decentrata verso ovest rispetto al peristilio (mi parve un larario), un’anforetta, che avevo ricostruito da alcuni frammenti trovati nel terreno. Confesso di essermene amaramente pentito. Negli anni successivi tutto fu interrato. Per un certo numero di anni, dalla strada s’intravedeva una sorta di prefabbricato adibito ad asilo privato.

    • Buongiorno Raffaele,

      il tuo racconto mi ha particolarmente emozionato. Ma allo stesso tempo fa aumentare il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.
      Io sono sicuro, convinto anzi, che Stabiae può conoscere una rinascita. Bisogna però lavorare tutti insieme affinché quest’obiettivo, pur in mezzo a mille difficoltà possa essere possibile.
      Un caro saluto,
      Angelo

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